Gino Paoli: in musica non si comunica più, è tornata la canzonetta
Mezzo secolo di parole d’amore e tanta voglia di esprimere molto di sé. Questo è il segreto di Gino Paoli, musicista, cantante e pittore che da cinquant’anni esprime le sue passioni attraverso versi romantici e, nel tempo libero, con i colori che riempiono le sue tele. Una lunga chiacchierata con il protagonista della manifestazione benefica “Per il tuo cuo re”, che ieri sera è stata di scena al Teatro Politeama di Catanzaro, ci ha raccontato qualcosa di più della sua vita.
La manifestazione della Fondazione “Per i tuo cuore” è la prima tappa del suo nuovo tour. Lei ha sempre parlato al “cuore” dei suoi fans, oggi quanto è cambiato il modo di “comunicare” questo amore in musica?
«A livello musicale non esiste più “comunicare”, siamo tornati ai tempi in cui la canzone era oggetto di divertimento. In fondo noi cantautori, alcuni anni fa, abbiamo cercato di dare alla canzone una sua dignità. Sentivamo l’esigenza di dire qualcosa attraverso la nostra musica e i nostri testi, volevamo che fosse una forma d’arte, un modo di esprimersi. Adesso, purtroppo, è tornata di nuovo una “canzonetta”».
Non esiste più l’arte.
«Sì, chiaramente chi vuol fa re le canzoni in una certa maniera può farle, poi bisogna ca pire se vengono ascoltate o meno. Ritengo che oggi non si venda più la musica e le parole ma l’immagine di quello che le canta. Questa è la conferma che è più importante l’immagine del resto. Conta di più l’involucro del contenuto. Comunque questo è un costume generale non soltanto della canzone».
Come ha vissuto i suoi 75 anni?
«Io non riesco mai a pensare a scadenze, vivo la mia vita giorno dopo giorno. Quando la sera vado a letto, penso che è finito un giorno e con esso la mia vita e ogni giorno mi sveglio pensando che sia iniziato un giorno e la mia vita. Non ho mai pensato al tempo che trascorreva e alla mia età che avanzava».
Si rinnova giorno dopo giorno.
«Sì, è vero. Io sono una per sona che non ha mai vissuto nel passato o nel futuro, ma solo nel presente».
Lei si definisce anarchico…
«Sì. Questo è soprattutto il mio modo di vivere, io credo che ognuno sia padrone del proprio destino e non penso che un mondo migliore dipenda solo dalle qualità di un uomo solo che guida tanta gente ma da tanti uomini migliori. L’uomo deve migliorare se stesso e penso che sia importante che ognuno rispetti le regole della convivenza con i propri simili».
Mi sembra di capire che lei non abbia un grande rapporto con gli uomini di potere.
«Credo nel rispetto verso gli altri e nel rispetto delle regole che tutti insieme ci poniamo. Per fare un esempio, mi viene in mente il semaforo che riesce a darci delle regole. In fondo, dobbiamo sempre tenere presente la frase di Martin Luther King: “La mia libertà finisce dove inizia la vostra”».
Ci sono sempre i “quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo”?
«Certamente. I giovani pensano di essere una categoria, come lo pensa il potere. Invece essere giovani è una condizione che passa, poi i quattro giovani si inseriscono in una condizione in cui il mondo non può più essere cambiato».
Quanto della sua vita si trova nelle sue canzoni?
«Molto. Nessuno scrive cose che non ha mai conosciuto, non esiste la oggettività. Esiste l’autobiografia. Qualsiasi persona scriva in base alla propria esperienza, anche quando si scrive di un altro si proiettano sempre le nostre esperienze».
Cosa sarebbe stato Gino Paoli senza le sue canzoni?
«Avevo cominciato a fare il pittore e ancora oggi mi chiedo come mai sono arrivato a fare il musicista e il cantante. Ancora oggi mi chiedo questa cosa e non so darmi una risposta. Forse un pittore può scrivere canzoni piene di colore».
Come è stato il passaggio da pittore a musicista?
«È stato casuale, è avvenuto senza sapere perché. Me lo hanno proposto e io l’ho fatto pensando che, in quel momento, mi avrebbe dato un po’ di soldi in più e invece dura da cinquanta anni».
(Pubblicato su Gazzetta del Sud del 13/02/09)
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