Alessia D’Andrea, dopo l’esperienza con Ian Anderson arriva il nuovo album

Di solito chi si occupa di musica è sempre alla ricerca di qualche nome nuovo. Io ne faccio un “modus vivendi”. La mia severità nei giudizi mi porta sempre ad ascoltare la musica che preferisco, quella che ogni persona ha vissuto negli anni ’60 e ’70 e non riesce a togliersi di dosso: il rock. Questa estate, al Pistoia Blues, una ragazza calabrese, Alessia D’Andrea, ha diviso il palco con i Jethro Tull. Una garanzia. E’ stata una apparizione breve che non è passata inosservata. Appena ho saputo che prossimamente uscirà il suo primo album ho deciso di incontrarla. Sorridente e disponibile la incontro in un angolo riservato di un famoso locale della Capitale.

Nel 2004 hai inciso “Locomotive breathe”, brano storico dei Jethro Tull. Ed in quella occasione Ian Anderson ha partecipato alla registrazione. Sempre con Ian hai suonato al Foro Italico e poi con i Jethro Tull a Pistoia. Cosa ha significato per te questa esperienza?
Tanto. Sin da piccola ho amato il gruppo di Ian Anderson e la loro originalità. Eseguire “Locomotive breath” e avere al fianco un “mostro sacro” come Ian mi ha dato quella energia necessaria ad intraprendere il mio percorso musicale.

Lo hai coinvolto nella registrazione del tuo album?
No, anche se lui ha già il master dell’album in mano e mi ha dato le sue impressioni e confidato le sue preferenze. Ha speso ottime parole riguardo all’intera produzione e ai suoni che caratterizzano l’album: penso proprio che gli sia piaciuto.

Nell’intervista trasmessa all’interno di “Tempi dispari”, condotta da Francesco Gatti su RAI News 24, hai parlato degli artisti di fama internazionale che hanno suonato nel tuo album. Come sei riuscita a contattare questi professionisti provenienti da tutto il mondo?”
Devo dire che la Renilin, una piccola realtà discografica italiana, non si è risparmiata in questa produzione. Hanno partecipato alla realizzazione di queste undici tracce, oltre a musicisti italiani di alto valore, anche professionisti di fama internazionale come David Arch dall’Inghilterra, pianista che nella sua carriera vanta collaborazioni del calibro di Paul Mc Cartney, Robbie Williams, Joni Mitchell e molti altri, Stephan Zeh, arrangiatore tedesco che ha lavorato, per esempio, per Phil Collins, Lionel Richie, Bobby Kimball dei Toto, il canadese Steafan Hannigan che ha suonato nei dischi di Loreena Mc Kennith, Bjork, Depeche Mode, e ha prestato il suono delle sue “pipes” in un brano del mio disco, Florian Opahle, dalla Germania ha registrato le chitarre su quasi tutti i brani, anche se giovanissimo, ha un curriculum di tutto rispetto, visto che ha suonato e suona con i Jethro Tull, Greg Lake degli ELP ecc. Ma anche Theodore Zefkilis, che dalla Grecia, con il suo entourage di musicisti al completo, ha realizzato un brano “made in Atene”. Ci sono ancora molte persone che hanno reso possibile questo lavoro, ma potrai soddisfare la tua curiosità prestissimo, leggendo i crediti che troverai nell’album.

Quali sono state le difficoltà principali nel collaborare con artisti provenienti da paesi diversi?
La verità è che tutto il lavoro è stato svolto in diversi studi: Canada, Inghilterra, Germania, Grecia ed Italia. Ogni indicazione di arrangiamento e molte riprese sono state fatte nello studio della Renilin, in Calabria. Il rimanente lavoro di incisione è stato realizzato negli altri studi. Infine, il tutto è stato mixato e post prodotto in uno studio vicino Monaco. E’ il linguaggio della musica che ha reso possibile una comunicazione anche a distanza!

C’è in questo album un brano che senti tuo più di altri?
Normalmente un artista direbbe che tutti i brani sono bellissimi e che li ama tutti allo stesso modo. In realtà io penso che abbia, dentro di sé, una sorta di classifica o lista di preferenza. Io ho i miei preferiti, ma voglio citarti solo il brano di più recente composizione “Here He Comes”. Probabilmente perché è stato l’ultimo ad essere scritto tra tutti o forse per il tema che tratta.
In questa canzone a parlare è un ex bambino-soldato, che ormai cresciuto, ricorda le violenze psicologiche e fisiche subite durante l’addestramento ad uccidere e a diventare uomo prima del tempo. Ho avuto modo di venire a contatto con una realtà del genere e i segni che mi ha lasciato, mi hanno spinto a scriverne subito una canzone.

Dopo l’esperienza con i Jethro Tull, nel tuo cassetto c’è qualche sogno segreto?
Non esiste, in questo momento, un sogno particolare. Come ogni artista che ha appena iniziato il suo cammino ho voglia di crescere e migliorarmi. Forse, suonare in un concerto tutto mio può essere considerato il mio sogno. E, con la mia band, sto lavorando in questo senso. Ho voglia di portare la mia musica alla gente e di potermi confrontare ogni volta con un pubblico diverso. Non credi anche tu sia questo, in fondo, il vero mestiere di un artista?

Sorride Alessia. Forse immagina il momento in cui avrà di fronte il suo pubblico. La strada che porta al successo è lunga ma Alessia D’Andrea sa come percorrerla velocemente.

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