Laurie Anderson e Lou Reed un duetto da brivido…

“Homeland” è il nome dell’ultima opera di Laurie Anderson, l’artista newyorchese che lunedì sera si è esibita al teatro Politeama di Catanzaro. Considerata da pubblico e critica artista raffinata e geniale, anche in questa occasione la Anderson si è dimostrata personaggio innovativo e dai mille volti.
“Homeland” può essere considerato l’evoluzione di “United States”, opera del 1984 della durata di otto ore, nel quale già descriveva i cambiamenti dell’America. La scenografia ai limiti dell’essenziale mostra un tappeto di candele distribuite sul palco in modo casuale e lampadine che dall’alto scendono quasi fino a toccare per terra. Il tutto quasi a simbolo delle anime di chi ha perduto la vita nei tragici fatti dell’11 settembre o, con più probabilità, tese a darci un barlume di speranza.
“Homeland” si distingue per l’importanza dei testi. Per una maggiore comprensione del messaggio che la Anderson vuole dare agli spettatori viene in aiuto un maxi schermo sul quale appaiono i testi tradotti in italiano. Per l’iniziale “The lark” l’artista newyorchese ha preso spunto dalla commedia di Aristofane “Gli uccelli” in cui si parla della scoperta della memoria. E’ un po’ questo il filo conduttore di tutto lo spettacolo.”Transitory life” e “Mambo bling” continuano a dare al pubblico presente atmosfere struggenti. Con la successiva “Only an export” il ritmo diventa più veloce, quasi ipnotico. Non ci sono pause tra i brani, “Homeland” è concepito come se fosse una suite. Scherer e Sverrisson sono preziosi nel fornire tappeti sonori quasi senza far sentire la loro presenza. E’ la tecnologia della Anderson ad essere la protagonista di tutto il lavoro. Di lei si conosce la passione nell’utilizzare strumenti sempre nuovi e poco tradizionali. Eccola alle prese con l’ehru, violino a due corde, con il “tape bow violin”, violino di sua invenzione laddove una testina di registratore sostituisce le tradizionali corde ed un nastro magnetico inciso teso sull’archetto. Ma non finisce qui. Straordinario il suo utilizzo del vocoder con cui cambia completamente il tono della sua voce, facendolo diventare maschile, e quando, indossati un paio di occhiali forniti di sensori, battendo i pugni sulla testa riproduce suoni simili a quelli di una percussione. Incredibile. Tra riflessioni e sperimentazioni musicali arriva, forse, il momento più atteso della serata: l’intervento di Lou Reed. La Anderson lo invita sul palco e lui con passo incerto si avvia verso la sua sedia. Imbraccia la chitarra e comincia a suonare. La sua chitarra distorta traccia sonorità di chiara impronta rock. Il finale è suo con il duetto “Lost art and conversation” e “No man’s land”. E’ questo il finale prima dei bis in cui la Anderson suona “Untitled”, splendida esecuzione da sola al violino e con i compagni di viaggio un brano dei Velvet Underground, “I’ll be your mirror”, cantato dal marito. E’ calato il sipario su un altro grande concerto che vede sempre più il Teatro Politeama meta dei più grandi nomi della musica internazionale. In questa circostanza per il primo appuntamento del Festival “Calabria Palcoscenico”, che ha quale Direttore Artistico Giancarlo Cauteruccio.

(Pubblicato il 12/11/08 sulla Gazzetta del Sud)
(Foto per gentile concessione di Icaro Fotocronache/Salvatore Monteverde)

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